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Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E il tiro obliquo che li separa, tracciato da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è uno stagno gelato rotto da un sasso, il mio pene contro le sue labbra, il sasso. Sogghigno nell’attimo in cui cede e ingoia di gusto. Immediata, l’euforia m’invade la bocca: sollevo per un attimo gli occhi al cielo scoprendo che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori, per metà beato, saldo preme contro la sua guancia martoriata. Inserita la marcia, io lascio che vada, in accelerazioni e frenate, tra chine e discese. Osservo la fila di perle della sua colonna, i lombi, natiche omeriche precipitare oltre la cucitura curva della culotte. Ammiro il compasso aperto delle sue gambe lunghissime. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo. Sono un parafulmine alto nel cielo. Sono la saetta e il cielo gonfio che la scaglia, la pioggia che beffa la secca e la terra brulla che la saluta. Sono Yin e Yang che fottono, indistinguibili.
Ora se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per distendersi sul letto, si consegna inerme. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno: sotto la rigida corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe, rivelandomi il sesso con due dita dalle unghie insanguinate di smalto. Mi tuffo, monto l’oceano, mi destreggio tra i flutti. Sono un elettrone goloso di lacune. Abbozzo orbitali, disegno forme geometriche, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un istante l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo dall’altro lato come in un calzino rivoltato.
Poi torno. Mi spengo, inavvertitamente. Rantolo a denti stretti, ma solo un istante. Lo tiro fuori, orno di candidi pois e lattescenti rivoli il suo seno acerbo, il collo, quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Non mi basta, non è ancora finita. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mani non si staccano dal suo grembo. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto.
Ti bacio, le mie labbra lambiscono il tuo piccolo pene. Ti lecco, in agrodolce. E’ una follia, vedi? Mangio peli come spaghi d’insalata. Ti leccherei la carne dalle ossa, assaporerei il tuo intestino, il fegato, il pancreas. Risalirei lo spacco che ci ha visti venire al mondo, per tornare uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Arrossirei di mestruo, lorderei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte. Alla fine, stremato, romperei le acque per colar giù fra le tue gambe, a formare una pozza sotto la tua fica e guardarla da lì, come una rosa sfatta e triste di rugiada.
Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, al solito, iniziano i conati.
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March 16, 2006 at 11:32 am
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