Esercizio V: prima revisione

Da indefesso onanista “ci ho rimesso mano.”

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E il tiro obliquo che li divide, tracciato da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è uno stagno gelato frantumato da un sasso, il mio pene contro le sue labbra, il sasso. Sogghigno nell’attimo in cui cede e ingoia di gusto. Immediata l’eccitazione m’invade la bocca, sollevo per un attimo gli occhi al cielo scoprendo che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori per metà beato, tenace se ne sta contro la sua guancia afflitta da un’ignota lotta col destino. Inserita la marcia, lascio che vada, mentre accelera fra chine e discese. Osservo la fila di perle della sua colonna, i lombi, natiche omeriche precipitare dopo la linea curva della culotte. Ammiro le gambe lunghissime, ma storte, dentro calze autoreggenti con una stretta balza dorata.
Sono un parafulmine, alto nel cielo. Sono la saetta, e il cielo gonfio che la scaglia, la pioggia che beffa la secca e il terreno brullo che la saluta. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo.
Ora se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per stendersi sul divano, si consegna, arresa. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno: sotto la corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe e mi riveli il sesso, con le dita dalle unghie insanguinate di smalto.
Mi tuffo, monto l’oceano, mi destreggio tra i flutti. Sono un elettrone goloso di lacune. Abbozzo orbitali, disegno nuove geometrie, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un attimo l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo dall’altra parte. Oltre. Dove, non so.
Torno. Mi spengo, inavvertitamente. Rantolo a denti stretti, ma solo un istante. Poi lo tiro fuori, orno di candidi coriandoli e lattescenti rivoli il suo seno acerbo, il collo, quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Non mi basta, non è ancora finita. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mani non si staccano dal suo grembo. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto.
Ti bacio, le mie labbra lambiscono il clitoride. Ti lecco, in agrodolce. E’ una follia, vedi? Mangio peli come spaghi d’insalata. Ti leccherei la carne dalle ossa, assaporerei il tuo intestino, il fegato, il pancreas. Risalirei lo spacco che ci ha visti venire al mondo, per tornare uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Arrossirei di eritrociti, lorderei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte. Alla fine, stremato, romperei le acque per colare giù fra le tue gambe, a formare una pozza sotto la tua fica e guardarla da lì, come una rosa sfatta e triste di rugiada.
Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, al solito, iniziano i conati.

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