Esercizio V

“Il giorno che dovesse saltar fuori qualcosa di meglio del sesso, fatemi un fischio…

un attimo dopo essere venuti, ci passerà perfino la voglia di guardarci in faccia..”

(C.P.”Soffocare”, Cap. 2)

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E la diagonale che li divide, creata da un forcipe o da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è lo specchio di uno stagno rotto dal lancio di un sasso, il mio pene contro le sue labbra è il sasso. Sogghigno nel momento in cui cede e ingoia con diletto. Mi arriva la staffilata dell’eccitazione in bocca, e sollevando per un attimo gli occhi al cielo scopro che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori, per metà nella sua bocca, contro la guancia martoriata dalla sua personale guerra col destino. Distolgo lo sguardo: sento che godo di più. Codardo, le osservo la schiena lunghissima, il sedere fantastico che inizia dopo la linea curva della culotte. Ammiro le gambe lunghissime, ma storte, dentro calze autoreggenti con una stretta balza dorata.
Sono un parafulmine, alto nel cielo. Scosso da lampi. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo. Adesso se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per stendersi sul divano, rassegnata, perciò invitante. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno. Dietro la corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe e riveli il sesso, con le dita dalle unghie insanguinate di smalto. Mi tuffo, cavalco l’oceano, affronto i marosi. Sono un elettrone vorace di lacune. Traccio orbitali, disegno nuove geometrie, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un attimo l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo in un universo parallelo.
Torno. Mi spengo, inavvertitamente. Soffoco e rantolo per un istante. Poi lo tiro fuori, irroro pigmenti di santità sul seno acerbo, sul collo, sul quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Ma non mi basta. L’influenza non scema, l’antibiotico non è stato efficace. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mie mani non si staccano dal suo seno. Scendono nuovamente sul ventre, esplorano il ciuffo tropicale attorno alla sua bocca. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto. Le mie labbra baciano le sue, leccano il clitoride. Ti assaggio, in agrodolce. E’ una follia, lo senti? Mangio peli come fili d’insalata. Sono di nuovo eccitato, sono il cielo nero che si gonfia prima del diluvio. Ti leccherei la carne dalle ossa, gusterei il tuo intestino e tutto quello che contiene. Risalirei lo stretto pertugio che ci ha visti nascere e tornerei uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Mi gonfierei di globuli rossi, sporcherei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte.
Naufrago, di nuovo. Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere, ti ho scopata a sangue. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, come al solito, iniziano i conati.

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