Call me, please

Posted March 29, 2006 by schuster
Categories: rette parallele

Sai, anche due rette parallele s'incontrano prima o poi. Si tratta solo di aspettare, ed io so aspettare.

Uma, non ce l'ho con te, scusa. Poi ti spiego.

single

Posted March 22, 2006 by schuster
Categories: Uma Thurman

Uma, sei di nuovo single! Ti prego contattami o lascia un commento in calce a questo post. Subito, perchè mi ci vorrà un po’ di tempo per spiegarlo a mia moglie. Kiss, kiss.

Tuo schustyno.

new romanticism

Posted March 22, 2006 by schuster
Categories: Uncategorized

il romanticismo va di moda, c’è voglia di romanticismo, il romanticismo è il futuro, mi ha detto un amico ieri sera. Goethe, Sturm  und Drang (niente a che vedere con Desert Storm) e anch’io sto scrivendo una cosa romantica. Ho la storia, ho un lui e una lei (così, non per eterofilìa, solo per non far confusione con i pronomi) e so già che lei andrà via da lui convinta di essere inseguita ma lui morirà miseramente ed in solitudine con il pensiero a quello che sarebbe potuto essere.
sto scrivendo una cosa romantica ed una fiaba. la fiaba è molto più cruda, come si addice a tutte le fiabe postmoderne (Tim Burton insegna)

esercizio V (bozza)

Posted March 18, 2006 by schuster
Categories: C.P. Workgroup forum

dentro, da qualche parte là sotto, qualcosa brucia. stringi più forte dài, incollami a te. arrendevole cedo, cedi, con-cediamoci. come due manichini nella notte fonda d’una vetrina. gli altri, affacciati, ci spiano: non deludiamoli. le tue mani. pensare che proprio queste mani, solo mezz’ora fa, hanno disperso il mio confuso esercito di perplessità. mani grandi, dalle dita lunghe. mani da pianista avrebbe commentato mio padre (quanti noiosi  anni di solfeggio mi ha inflitto, col solo risultato di farmi odiare la musica). mani accattivanti, dico io, decisamente, dannatamente utili.  piano, devi fare piano con quei benedetti denti. bianchi, denti forti e bianchi, meravigliosi. ma non servitertene ora, please. la zip. s’incastra, lo so. ma ti prego, mantieni la calma. temo che potremmo sciupare tutto. e sarebbe un vero peccato, non credi?  fai in fretta, ma con delicatezza: me lo voglio godere questo momento, come i pomeriggi ad intrugliare dolci assieme alla mamma, i fine settimana al mare con il papà, i tornei di calcio sulla spiaggia. pulsa il sangue sotto la tua pelle diafana, nelle tue vene riconosco una geografia familiare. sono homeless: ospitami questa sera, ti prego. sai, al mondo mi rimani solo tu, e un paio di buoni propositi. mi trovi attraente? puoi spiccicarle due parole, sai? le donne, di solito, mi trovano sexy, e anche alcuni uomini. break, fermati, altrimenti vengo. il mio sesso non può più fare a meno del tuo, e la lingua, te lo concedo, sai come usarla. che si fa? vogliamo consumarla questa cena fredda? i capelli, i tuoi capelli ricci profumano di sesso, e fanno un bell’accostamento con le mie mani dalla pelle screpolata. mio tuo, che confusione adesso. e che male! siamo sulle montagne russe, baby, lo senti il vento in faccia, la china che s’avvicina e prelude alla discesa folle? accelera, non far caso alle miei unghie nella tua carne: non usarmi pietà…
 

MagAri

Posted March 15, 2006 by schuster
Categories: Uncategorized

Adesso dimmi perché mi hai fatto venire qui, nel teatro anatomico del tuo cuore. Sembra di sentirla scendere la tristezza, rugiadosa e sterile come pioggia acida, dilavare rimorsi e rimpianti in egual misura. Una fetta di infelicità lasciala pure, per gli ospiti, magari arrivano ancora. Lo so, le speranze di veder spuntare il sole agonizzano, delfini spiaggiati per troppa imprudenza. Ma tu hai me. Dico, tu hai me. Che dovrebbero fare le altre donne in fila per la chemio? La vedi quella rossa con gli occhiali da sole? E’ una parrucca. Credimi, ha una parrucca. Lo so, spesso ci chiamano assieme. Prima lei e poi io, o viceversa.

Insomma, vai pure a lavoro. Ti chiamo. Non ti preoccupare piccola, io me la cavo. Ci vediamo stasera, magari affittiamo un film. Magari una commedia, una cosa leggera. Magari ci torna pure la voglia di vivere. Magari.

revisione per invy

Posted March 15, 2006 by schuster
Categories: C.P. Workgroup forum

 

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per  lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E il tiro obliquo che li separa, tracciato da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è uno stagno gelato rotto da un sasso, il mio pene contro le sue labbra, il sasso. Sogghigno nell’attimo in cui cede e ingoia di gusto. Immediata, l’euforia m’invade la bocca: sollevo per un attimo gli occhi al cielo scoprendo che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.

Per metà fuori, per metà beato, saldo preme contro la sua guancia martoriata. Inserita la marcia, io lascio che vada, in accelerazioni e frenate, tra chine e discese. Osservo la fila di perle della sua colonna, i lombi, natiche omeriche precipitare oltre la cucitura curva della culotte. Ammiro il compasso aperto delle sue gambe lunghissime. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo. Sono un parafulmine alto nel cielo. Sono la saetta e il cielo gonfio che la scaglia, la pioggia che beffa la secca  e la terra brulla che la saluta. Sono Yin e Yang che fottono, indistinguibili.

 Ora se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per distendersi sul letto, si consegna inerme. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno: sotto la rigida corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe, rivelandomi il sesso con due dita dalle unghie insanguinate di smalto. Mi tuffo, monto l’oceano, mi destreggio tra i flutti. Sono un elettrone  goloso di lacune. Abbozzo orbitali, disegno forme geometriche, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un istante l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo dall’altro lato come in un calzino rivoltato.

Poi torno. Mi spengo, inavvertitamente. Rantolo a denti stretti, ma solo un istante. Lo tiro fuori, orno di candidi pois e lattescenti rivoli il suo seno acerbo, il collo, quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.

Non mi basta, non è ancora finita. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mani non si staccano dal suo grembo. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto.

Ti bacio, le mie labbra lambiscono il tuo piccolo pene. Ti lecco, in agrodolce. E’ una follia, vedi? Mangio peli come spaghi d’insalata. Ti leccherei la carne dalle ossa, assaporerei il tuo intestino, il fegato, il pancreas. Risalirei lo spacco che ci ha visti venire al mondo, per tornare uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Arrossirei di mestruo, lorderei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte. Alla fine, stremato, romperei le acque per colar giù fra le tue gambe, a formare una pozza sotto la tua fica e guardarla da lì, come una rosa sfatta e triste di rugiada.

Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, al solito, iniziano i conati.

Esercizio V: seconda revisione (ancora non va!)

Posted March 14, 2006 by schuster
Categories: C.P. Workgroup forum

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E il tiro obliquo che li separa, tracciato da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è uno stagno gelato rotto da un sasso, il mio pene contro le sue labbra, il sasso. Sogghigno nell’attimo in cui cede e ingoia di gusto. Immediata, l’euforia m’invade la bocca: sollevo per un attimo gli occhi al cielo scoprendo che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori, per metà beato, saldo preme contro la sua guancia martoriata. Inserita la marcia, io lascio che vada, in accelerazioni e frenate, tra chine e discese. Osservo la fila di perle della sua colonna, i lombi, natiche omeriche precipitare oltre la cucitura curva della culotte. Ammiro il compasso aperto delle sue gambe lunghissime, dentro calze autoreggenti con una stretta balza dorata. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo. Sono un parafulmine alto nel cielo. Sono la saetta e il cielo gonfio che la scaglia, la pioggia che beffa la secca e la terra brulla che la saluta. Sono Yin e Yang che fottono, indistinguibili.
Ora se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per distendersi sul letto, si consegna inerme. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno: sotto la rigida corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe, rivelandomi il sesso con due dita dalle unghie insanguinate di smalto. Mi tuffo, monto l’oceano, mi destreggio tra i flutti. Sono un elettrone goloso di lacune. Abbozzo orbitali, disegno forme geometriche, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un istante l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo dall’altro lato come in un calzino rivoltato.
Poi torno. Mi spengo, inavvertitamente. Rantolo a denti stretti, ma solo un istante. Lo tiro fuori, orno di candidi pois e lattescenti rivoli il suo seno acerbo, il collo, quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Non mi basta, non è ancora finita. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mani non si staccano dal suo grembo. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto.
Ti bacio, le mie labbra lambiscono il tuo piccolo pene. Ti lecco, in agrodolce. E’ una follia, vedi? Mangio peli come spaghi d’insalata. Ti leccherei la carne dalle ossa, assaporerei il tuo intestino, il fegato, il pancreas. Risalirei lo spacco che ci ha visti venire al mondo, per tornare uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Arrossirei di mestruo, lorderei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte. Alla fine, stremato, romperei le acque per colar giù fra le tue gambe, a formare una pozza sotto la tua fica e guardarla da lì, come una rosa sfatta e triste di rugiada.
Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, al solito, iniziano i conati.

Esercizio V: prima revisione

Posted March 14, 2006 by schuster
Categories: C.P. Workgroup forum

Da indefesso onanista “ci ho rimesso mano.”

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E il tiro obliquo che li divide, tracciato da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è uno stagno gelato frantumato da un sasso, il mio pene contro le sue labbra, il sasso. Sogghigno nell’attimo in cui cede e ingoia di gusto. Immediata l’eccitazione m’invade la bocca, sollevo per un attimo gli occhi al cielo scoprendo che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori per metà beato, tenace se ne sta contro la sua guancia afflitta da un’ignota lotta col destino. Inserita la marcia, lascio che vada, mentre accelera fra chine e discese. Osservo la fila di perle della sua colonna, i lombi, natiche omeriche precipitare dopo la linea curva della culotte. Ammiro le gambe lunghissime, ma storte, dentro calze autoreggenti con una stretta balza dorata.
Sono un parafulmine, alto nel cielo. Sono la saetta, e il cielo gonfio che la scaglia, la pioggia che beffa la secca e il terreno brullo che la saluta. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo.
Ora se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per stendersi sul divano, si consegna, arresa. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno: sotto la corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe e mi riveli il sesso, con le dita dalle unghie insanguinate di smalto.
Mi tuffo, monto l’oceano, mi destreggio tra i flutti. Sono un elettrone goloso di lacune. Abbozzo orbitali, disegno nuove geometrie, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un attimo l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo dall’altra parte. Oltre. Dove, non so.
Torno. Mi spengo, inavvertitamente. Rantolo a denti stretti, ma solo un istante. Poi lo tiro fuori, orno di candidi coriandoli e lattescenti rivoli il suo seno acerbo, il collo, quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Non mi basta, non è ancora finita. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mani non si staccano dal suo grembo. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto.
Ti bacio, le mie labbra lambiscono il clitoride. Ti lecco, in agrodolce. E’ una follia, vedi? Mangio peli come spaghi d’insalata. Ti leccherei la carne dalle ossa, assaporerei il tuo intestino, il fegato, il pancreas. Risalirei lo spacco che ci ha visti venire al mondo, per tornare uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Arrossirei di eritrociti, lorderei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte. Alla fine, stremato, romperei le acque per colare giù fra le tue gambe, a formare una pozza sotto la tua fica e guardarla da lì, come una rosa sfatta e triste di rugiada.
Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, al solito, iniziano i conati.

Posted March 13, 2006 by schuster
Categories: C.P. Workgroup forum

Esercizio V

“Il giorno che dovesse saltar fuori qualcosa di meglio del sesso, fatemi un fischio…

un attimo dopo essere venuti, ci passerà perfino la voglia di guardarci in faccia..”

(C.P.”Soffocare”, Cap. 2)

Mi sta sorridendo, credo. Immagino che per lei sia un sorriso, anzi ne sono certo: sorridono anche gli occhi. E la diagonale che li divide, creata da un forcipe o da un dio inetto, s’increspa. La sua faccia è lo specchio di uno stagno rotto dal lancio di un sasso, il mio pene contro le sue labbra è il sasso. Sogghigno nel momento in cui cede e ingoia con diletto. Mi arriva la staffilata dell’eccitazione in bocca, e sollevando per un attimo gli occhi al cielo scopro che non è mai stato più azzurro. Anilina pura.
Per metà fuori, per metà nella sua bocca, contro la guancia martoriata dalla sua personale guerra col destino. Distolgo lo sguardo: sento che godo di più. Codardo, le osservo la schiena lunghissima, il sedere fantastico che inizia dopo la linea curva della culotte. Ammiro le gambe lunghissime, ma storte, dentro calze autoreggenti con una stretta balza dorata.
Sono un parafulmine, alto nel cielo. Scosso da lampi. Brucio al calor bianco, fremo, vibro, vivo. Adesso se lo toglie di bocca, mi spinge indietro per stendersi sul divano, rassegnata, perciò invitante. Sono Agilulfo, cavaliere inesistente dell’esercito di Carlo Magno. Dietro la corazza, niente. Lancia in resta, aspetto che divarichi le gambe e riveli il sesso, con le dita dalle unghie insanguinate di smalto. Mi tuffo, cavalco l’oceano, affronto i marosi. Sono un elettrone vorace di lacune. Traccio orbitali, disegno nuove geometrie, invento nuovi elementi. Fondo. Sfioro per un attimo l’orizzonte degli eventi, scendo nel pozzo supergravitazionale, riemergo in un universo parallelo.
Torno. Mi spengo, inavvertitamente. Soffoco e rantolo per un istante. Poi lo tiro fuori, irroro pigmenti di santità sul seno acerbo, sul collo, sul quel fallimento di viso. La beatifico, mortificandola.
Ma non mi basta. L’influenza non scema, l’antibiotico non è stato efficace. Ora lui ciondola fra le mie gambe, ma le mie mani non si staccano dal suo seno. Scendono nuovamente sul ventre, esplorano il ciuffo tropicale attorno alla sua bocca. E lei, tristemente, scambia tutto questo per affetto. Le mie labbra baciano le sue, leccano il clitoride. Ti assaggio, in agrodolce. E’ una follia, lo senti? Mangio peli come fili d’insalata. Sono di nuovo eccitato, sono il cielo nero che si gonfia prima del diluvio. Ti leccherei la carne dalle ossa, gusterei il tuo intestino e tutto quello che contiene. Risalirei lo stretto pertugio che ci ha visti nascere e tornerei uovo. Starei lì, tutto il tempo. A nascere e morire assieme al tuo utero. Mi gonfierei di globuli rossi, sporcherei i tuoi assorbenti, macchierei le tue mutandine più brutte.
Naufrago, di nuovo. Mi stendo, guardo il cielo fuori della finestra, non mi sembra più così limpido. Sono stato bene. Traduzione: ti ho sbattuta a dovere, ti ho scopata a sangue. Lei mi guarda, scherza con le sue mutandine, me le getta in faccia. E’ in quell’istante che, come al solito, iniziano i conati.

Coda dell’8 Marzo e oroscopo

Posted March 9, 2006 by schuster
Categories: Uncategorized

Donne, l’8 marzo è passato.
A Bari, una donna si è beccata un colpo di zappa in testa ( un’avance del suo ex che cercava di riallacciare i rapporti).
Una donna molto molto piccola, una neonata diciamo, è stata ritrovata abbandonata in un sacchetto: le sue condizioni sono molto gravi.
Il monito di Ciampi ai mariti di lavare i piatti valeva solo per ieri sera. Quante donne dovranno risciacquare le stoviglie per il pranzo?

Piccolo dubbio circa il mio oroscopo odierno:qualcuno mi dice se avere la Luna in sestile è preoccupante?


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